Capitolo 2 – L’arrivo ad Hammamet

Arrivo ad Hammamet

Non riesco a descrivere cosa provavo, di certo il mio naso percepiva dei profumi di fritto, spezie e mare. Il taxi ci lascia davanti al nostro residence e più tardi, stanchi morti, ci facciamo consigliare un posto dove cenare. Alloggiavamo nel centro di Hammamet, alla Medina, ed il ristorante indicatoci era sulla spiaggia. Ma di quella sera non ricordo granchè ero molto guardinga e diffidente.

Il mattino seguente 24/10/2013, in una bellissima mattina di sole, freschi, riposati e dopo aver fatto colazione, andiamo ad esplorare la città. Mi guardo attorno cercando di pescare nella mia memoria le immagini televisive che più rispecchiavano la realtà di quelle prime ore arabe. Non ne ho trovate. Io vivo a Torino e per me non esistevano tunisini, marocchini, algerini ecc., erano tutti extracomunitari, un popolo che vive ai margini della società, ma allora non mi preoccupavo più di tanto.

Ora qui avevo modo di conoscerli a casa loro, il comportamento non era molto diverso, specialmente negli uomini che nonostante il sole indossavano giubbotti scuri e cappucci calati sulla testa che quasi non si vedeva il viso. Per me inquietante. Le donne invece erano vestite alla moda, pantaloni attillati, stivaletti e magliette aderenti, alcune con il foulard in testa altre no, bellissime ragazze con una cura particolare per i capelli, sempre lì ad accarezzarseli.

Anche ad Hammamet ho notato il disordine, l’incuria, la trasandatezza, gli abitanti non ci facevano  caso mentre a me, quella loro noncuranza, dava parecchio fastidio.

I loro negozi sono paragonabili alle nostre drogherie degli anni ’60 e all’uscita della scuola vengono inondati da bambini con i soldini in mano pronti a comperarsi una caramella o una pallina di gomma da masticare e le sigarette si vendono anche sciolte.

Il negoziante non si precipita a servirvi, prima finisce quello che sta facendo e poi vi chiede cosa desiderate. Non per maleducazione, ma semplicemente cosī, non c’è fretta.

Con il passare dei giorni la mia diffidenza andava via via scemando e potevo così accorgermi di altre cose più importanti, specialmente della bellezza interiore dei tunisini, il riguardo verso le persone ammalate o bisognose. Ho visto giovani passeggiare o sedersi su una panchina e chiacchierare amabilmente con le persone anziane, bambini giocare sulla spiaggia con papà e mamma e con mio stupore ho visto l’uomo arabo sciogliersi di dolcezza nell’abbracciare il proprio piccolo.

Le coppie hanno almeno 3 figli, ma come dare loro da mangiare? Dopo la caduta di Ben Alì, nel 2011, non c’è molto lavoro ma la fiducia è riposta in Allah che veglia su di loro.

Io e mio marito abbiamo trascorso alcune settimane girando a piedi per Hammamet, viaggiato con pullman verso la capitale Tunisi, caotica come tutte le capitali ma molto bella e piena di storia; abbiamo visitato Nabeul, la città della ceramica con le sue scuole. Con il treno siamo arrivati a Sousse, Monastir e Madhia, i loro mezzi spesso sono affollati, ma i tunisini sono molto gentili, ti offrono il posto a sedere, sorridono e chiacchierano volentieri, se possono aiutarti lo fanno con tutto il cuore.

Con il susseguirsi dei giorni, con tristezza, ci preparavamo al viaggio di rientro a Torino.

Verso la fine della nostra permanenza abbiamo avuto modo di conoscere tantissimi italiani ed europei in pensione che hanno trasferito la loro residenza ad Hammamet o nelle altre città tunisine. Parlando con loro ecco un’altra sororesa, siamo venuti a conoscenza di una legge della quale non ne sapevamo nulla: “La Convenzione italo/tunisina”